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martedì, Giugno 22, 2021
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La Maddalena. Al convegno del 2 giugno a Caprera emerge l’anima green e panteista di Garibaldi

(di Claudio Ronchi) – Poche corone e bandiere, ieri a Caprera, in periodo ancora di pandemìa, per commemorare Garibaldi nell’anniversario della sua morte. Ma tante, interessanti, riflessioni sulla sua anima geen e panteista. È successo durante il convegno dal titolo dedicato agli alberi monumentali nell’azienda agricola che l’Eroe impiantò, sul modello delle fasense sud americane da lui conosciute da giovane.

 “Qual è l’importanza degli alberi monumentali?” Si è domandanto Ignazio Camarda, dell’Università di Sassari. “È che, toccando la pianta piantata da Giuseppe Garibaldi, in qualche modo, possiamo dire che stiamo toccando qualcosa di vivente dell’Eroe dell’unità nazionale. E a questo dovremmo sempre fare riferimento quando guardiamo questi alberi, questi monumenti!”.

Dopo l’emotivamente forte considerazione del prof. Camarda è intervenuta la collega Gabriella Vacca, che ha voluto sottilineare “quello che poteva essere l’approccio e l’amore di Garibaldi nei confronti della natura, che la considera un tutt’uno: l’uomo, la natura, ogni cosa in armonia nella perfezione, una visione panteistica e vogliamo, il tutto nella perfezione, l’armonia. Forse era quello che cercava lui realmente, tant’è che se pensiamo alle sue battaglie e quello che ha rappresentato, come l’eroe, si scopre che aveva anche un’altra dimensione, quella di Caprera, di questo luogo dove ritrovava la pace, la serenità e l’armonia con la natura”.

Di grande coinvolgimento è stata così la lettura, fatta dalla professoressa Vacca, di un brano di Garibaldi tratto da “Caprera” (Vecchi A. 1862 Stampiglia e Cantiere del Fibreno, Napoli): “Che grande anima del Vivente eterno è in ogni cosa. Questi lentischi, questi ginepri, questi alberi da frutto – nuovi ospiti dell’isola – questi macigni giganteschi per fermo hanno un’anima. Sarà rudimentale ma anima è. I geologi non parlano di affinità nei metalli? I botanici non parlano di amor tra le piante? E non le vediam noi fecondarsi, e riprodursi sotto i nostri occhi? Noi abbiamo la parola. I bruti, il movimento. Sono immobili i sassi. Sono mute le piante. Ma io credo che essi parlino una lingua che noi non varremo mai a decifrare. Oh! Il piacer grande di indovinare i loro lamenti quando le loro radici hanno sete, quando le foglie hanno bisogno di respirare! Mi sento felice in Fontanaccia perché posso sollevare le piante che il vento rovescia, disporre un bastone presso le deboli. Medicare la ferita di un ramo mozzato e spruzzar polvere di zolfo sui grappoli morsicati dalla crittogama. E mal comprendo come un giovane amante possa strappar fiori e legarli per offrirli alla donna amata qual simbolo dei suoi ardenti pensieri! E non capisco come gentili fanciulle, culte della mente e del cuore possano in primavera sfogliare scherzando le margherite dei prati, per sapere se sieno amate, se poco, o se appassionatamente!”.

E che dire della sua poesia da lui dedicata a Caprera? Ecco alcune strofe:

Sulle tue cime di granito, io sento/ di libertade l’aura, e non nel fondo/ corruttor delle Reggie, o mia selvaggia solitaria Caprera/ …. Io l’Infinito qui contemplo, scevro/ dalla menzogna, ed allor quando l’occhio/ mi si profonda nello spazio, a Lui/ che il seminò di Mondi un santuario/ erger sento nell’anima: scintilla/ vicinissima al nulla, ma pur parte/ di quel tutto supremo. Oh! sì, di Dio/ Sì! particella dell’Eterno sei/ anima del proscritto!/”.