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sabato, Dicembre 10, 2022
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Bocche di Bonifacio: Dobbiamo pensarci soprattutto noi

(di Claudio Ronchi) – Che cosa succederebbe se una nave in transito nelle Bocche di Bonifacio avesse un incidente e sversasse in mare quantitativi rilevanti di materiali inquinanti?

Sicuramente diventerebbe la notizia del giorno (e di quelli successivi, fino ad un altro evento mediaticamente interessante) con servizi ed interviste accorate a politici, ambientalisti e tecnici (italiani e francesi), agli immancabili esperti, ai magistrati in indagine, con la ricerca di eventuali responsabilità e con le scontate promesse di rapidi finanziamenti e disinquinamenti. Il tutto, ovviamente, accompagnato immagini toccanti di gabbiani morenti, spiagge annerite e banchi di posidonie devastati.

Poi, piano piano scemerebbe inevitabilmente l’attenzione e gli unici a rendersi conto, davvero, del danno alla preziosa “risorsa ambiente”, a subirne davvero le conseguenze, sarebbero le popolazioni che s’affacciano proprio su queste Bocche. Cioè le popolazioni di La Maddalena-Palau, Santa Teresa il resto della costa gallurese, e quelle della Corsica del Sud. Cosa sarebbe del turismo se le nostre spiagge o parte di esse fossero inquinate dal petrolio? Se le scogliere di granito fossero deturpate da chiazze e grumi di catrame? Se non fosse possibile accedere alle Isole perché interessate da lunghi (e magari interminabili) interventi di bonifica? Ipotesi certamente catastrofiche ma purtroppo possibili.  Ecco perché è importante prevenire, e bisognerebbe farlo non più e solo con azioni di vertice (stato, regione, parco, ecc.) ma con iniziative da parte delle popolazioni interessate, a partire da un’assunzione di consapevolezza e da una presa di posizione ed un’alleanza da parte dei sindaci e dai comuni che rappresentano.

C’è, è vero, un sistema di monitoraggio continuo da parte italiana e francese delle Bocche (che ha già evitato alcune catastrofi); C’è il divieto di transito di navi con materiali pericolosi ed inquinanti limitato però solo alle nostre navi e a quelle transalpine; e c’è la “raccomandazione” di pilotaggio. Il tutto, sebbene importante, non è però sufficiente per ridurre considerevolmente i rischi, considerato soprattutto che dai divieti di passaggio dello Stretto sono esentate, essendo acque internazionali, e quindi di libero transito, le “carrette del mare” battenti le bandiere più disparate. È pertanto importante che certi divieti e certe imposizioni abbiano efficacia “erga omnes” cioè per tutti. E che questo venga prescritto dagli organismi internazionali, debitamente sollecitati dalle istituzioni. Però, facciamoci una domanda: Se non ci pensiamo soprattutto noi, che siamo i diretti interessati alla conservazione del nostro mare e delle nostre coste, chi ci deve pensare? Claudio Ronchi